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Thailandia 2008, guest star: il Mac! - --- NON USARE

Foto e testi di Marcello Catalano

Quest’anno, durante i soliti due mesi che trascorro in Thailandia, ho avuto il piacere di avere con me per un paio di settimane il caro Stewart McPherson, autore di “Pitcher-plants of the Americas”, libro di meritato successo. Stewart “Mac” McPherson è un giovane molto intelligente, entusiasta e positivo. Pubblicherà in futuro un libro sulle Nepenthes (nel frattempo è stato pubblicato, NdR), e mi aveva contattato per chiedermi di portarlo a vedere i migliori siti che ospitano le specie endemiche della Thailandia. Quando mi ha raggiunto io tornavo da Adang. Forse vi ricordate di Adang, quell’isola dove settant’anni fa un botanico aveva trovato Nepenthes, e dove con molta fatica eravamo riusciti a scoprire, io ed i rangers del parco, che effettivamente le piante c’erano ancora e crescevano in una radura a 500 metri d’altitudine, insieme – la leggenda vuole – a uccelli col corpo di donna e a fiori di loto dai sette colori. Per altre due volte quest’anno ho cercato di raggiungere quel dannato posto.

La prima volta ho tentato via terra, arrampicandomi sugli scogli che circondano l’isola, ma dopo qualche centinaio di metri mi sono trovato davanti a un salto di due metri tra me e lo scoglio successivo, con il mare di mezzo, e visto che lo scoglio in questione era in realtà una gigantesca parete di roccia verticale, mi sono visto costretto a tornare indietro sconfitto.

Foto: Isola di Adang, sulla sinistra le Nepenthes sp. Satun


La seconda volta ho noleggiato una barca. Prima mi sono fatto disegnare una semplice piantina dal capo dei rangers, Bao, che sei mesi prima aveva raggiunto le piante insieme ad altre quattro persone. Troppo semplice come piantina. Era in pratica una linea verticale con una biforcazione nella parte alta. “Segui la cascata” mi dice, “poi segui questa via sulla sinistra, arrivi ad uno scoglio e da lì cammina di nuovo verso il basso per altri 500 metri, attraverso la foresta, e troverai la radura”. Diceva che ci sarebbero volute meno di tre ore per andare e tornare. Così ho fatto i miei calcoli e ho chiesto alla barca di lasciarmi alla cascata e di tornare a prendermi per le 16, tanto per stare larghi con i tempi. Per tre ore ho continuato a salire su una cascata che era uno strapiombo dietro l’altro, e davanti ad ogni parete verticale di cinque e più metri ero costretto ad infilarmi nella foresta di fianco, procedere tra le piante facendomi strada col peso del corpo, a volte anche appendendomi alle liane come Tarzan, per poter salire sul gradino di roccia successivo, camminare qualche metro fra le rocce, per poi ritrovarmi di nuovo davanti a un’altra parete verticale. Ovviamente la foresta sui due lati della cascata brulicava di formiche rosse che mi hanno morso con generosità e le cui pruriginose punture mi hanno accompagnato per almeno due settimane. La cosa peggiore è che dopo tre ore ancora non c’era segno di quella dannata biforcazione, che altrimenti mi avrebbe ridato coraggio. O meglio, ho trovato almeno cinque biforcazioni che poi non portavano da nessuna parte. Alla fine, all’ultima biforcazione, sono stato costretto a tornare di nuovo sconfitto, per poter prendere la barca che avevo prenotato. Scendere da quella cascata è stato ancora più difficile e rischioso, perché un qualunque scivolone sulle rocce bagnate mi avrebbe fatto volare per almeno cinque o dieci metri. Le vesciche per colpa dei piedi bagnati, le punture delle formiche, i graffi delle spine, la maglietta strappata, tanto caldo e tanta rabbia all’inizio mi hanno abbattuto, ma poi mi hanno fatto venire un'idea, proprio mentre aspettavo la barca sulla spiaggia sassosa. Non potevo ritentare l’impresa, perché Mac sarebbe arrivato due giorni dopo e io avevo bisogno di riposo (erano tre giorni che dormivo in spiaggia, sul mio zaino appoggiato al pavimento di un gazebo). Potevo abbandonare tutto per un altro anno? O ancor peggio ripagare il costoso biglietto per Adang la settimana successiva, dopo aver lasciato Mac? Per poi rivivere quell’inferno di formiche e salti da rompersi il collo? Ed ecco l'idea: mandiamoci Mac! E’ entusiasta ed esperto quanto me, ha viaggiato in posti ben peggiori, è pieno di soldi, fa ottime foto, può fare le mie veci e pure meglio, può prendere i semi e le talee che ci interessano…meglio di così! Col cuore in pace sono tornato al quartier generale, dove Bao si è fatto raccontare tutto e come sempre mi ha premiato con whisky e sigarette.

Il giorno dopo ho preso il traghetto e sono tornato a Satun. Quando è arrivato Mac, allegro e pieno di energia, neanche ha fatto in tempo ad appoggiare le valigie. Nel tragitto di un’ora e mezza verso il porto gli ho spiegato la situazione: “E’ una nuova specie, sono sicuro, io ci ho provato, ora per quanto mi riguarda ho chiuso con quel posto, tu vai, la prendi, foto, talee, semi etc…la chiameremo N. sp. Satun Catalano&MacPherson!” (ndr: il vero nome non viene rivelato per non inficiarne la pubblicazione). Era un po’ confuso per il sovraccarico di istruzioni, praticamente tutta la storia di Adang dall’anno prima alla mia ultima rinuncia. Continuava a ripetere “Ok, vediamo come va”. Ha insistito tanto per pagarmi il biglietto, per andare con lui, che ci saremmo divertiti. “Ho chiuso con quell’isola” gli ho detto. Ci siamo fatti un frullato e l’ho fatto imbarcare. Poi sono tornato a Satun, dove ho passato tre giorni svegliandomi a mezzogiorno, mangiando, bevendo, fumando, stando fermo a guardare i passanti e immaginando la mia vita in Brasile con un vivaio di Nepenthes. Riposo totale. Dopo tre giorni, quando ormai cominciavo a preoccuparmi, mi torna il Mac, rosso in viso e un po’ sconvolto. Subito gli ho chiesto se ce l’aveva fatta. Mi ha detto solo “sì”, poi ci ha messo un po’ per riprendersi dallo stato confusionale. “Sono stato in un sacco di brutti posti” mi dice, “ma questo è stato davvero il peggior trekking della mia vita. Ci credo che non ci sei voluto tornare! Io non ci tornerei neanche per tremila euro. Le formiche rosse, le spine, i burroni, il caldo…ho incontrato pure un pitone…ho cercato qualcuno dei rangers che mi accompagnasse, ma hanno tutti trovato una scusa, così alla fine ci sono dovuto andare da solo…basta, basta, mai più”. Non posso negare che mi sentivo orgoglioso, temevo che per lui sarebbe stato un giochetto, ma a quanto pare quella era invece oggettivamente un’impresa da Indiana Jones. Mi ha detto che io ero arrivato davvero vicino, in mezz’ora avrei potuto raggiungere le piante. Tutto è bene quel che finisce bene; con semi, talee e belle foto, prossimamente quella diventerà effettivamente N. sp. Satun Catalano&MacPherson, e prima che sia pubblicata l’avremo già in coltivazione in tutto il mondo.

Lo spazio concessomi è sempre troppo poco, quindi ometterò il mio incontro ravvicinato (meno di un metro) con un cobra su un’isola deserta e il mio incidente in motorino.

Foto dall'isola di Adang - Nepenthes sp Satun


Alla ricerca di N. sp. Sukirin

Parliamo invece di un’altra avventura che per metà ha sempre come co-protagonista il Mac, e che di nuovo risulterà nella pubblicazione di una nuova specie. Qualche mese prima di partire ero stato ai Kew Gardens per incontrare Martin Cheek. Speravo di poter ottenere il nome di qualche sito thailandese a me ancora sconosciuto. Lui mi disse che stava per pubblicare una nuova specie, N. thai, ma che per la pubblicazione aveva bisogno di foto, e quella pianta non era mai stata fotografata prima. A lui avevano mandato semplicemente un esemplare essiccato. Così mi ha dato il nome delle tre montagne di Narathiwat dove avrei potuto trovare la pianta, fotografarla e permettere a lui di procedere con la pubblicazione, e mi ha detto di chiedere alla direttrice del dipartimento botanico della Forestale in caso di necessità, Mrs. Kongkanda. Narathiwat, se non lo sapete, è una delle due province più pericolose della Thailandia. Si trova nell’estremo sud, e negli ultimi anni ci sono stati più di duemila morti dovuti ai separatisti islamici, che compiono atti terroristici perché vogliono una provincia islamica indipendente, e alle forze di polizia ed esercito, che a loro volta uccidono senza pensarci due volte chiunque venga sospettato di essere un ribelle. Dopo Adang ho portato direttamente il Mac a Narathiwat, spiegandogli nel tragitto in cosa consisteva la nostra prossima missione. Per quanto entrambi abituati a rischi e fatiche, e forti dell’irresponsabile coraggio dato dalla passione, il fatto di non conoscere quel che ci attendeva ci intimoriva un poco. Di nuovo per due o tre volte il Mac mi ha disinvoltamente chiesto “…beh, non sarà pericoloso, no? Dici che andrà tutto bene?”. Io non potevo che rispondere “Boh, vedremo, lo spero”. Più ci avvicinavamo a Narathiwat e più aumentavano i posti di blocco dell’esercito, con tanto di filo spinato e pile di sacchi di sabbia a mo’ di trincea. Da Narathiwat siamo andati a Sukirin, un paesino sulle montagne. Era ormai il tramonto, e noi non sapevamo dove dormire. Abbiamo chiesto ad un poliziotto se conosceva le tre montagne in questione, che per noi erano ancora il problema più importante. Lui non le conosceva, ma si è preoccupato di dove potevamo alloggiare, visto che lì non ci sono alberghi. Dopo pochi minuti è arrivata in motorino Reetah, una giovane maestra d’inglese che da lì in poi ci ha fatto da utilissima traduttrice e guida improvvisata. Siamo stati portati al comando di polizia, dove abbiamo chiesto delle nostre tre montagne, mentre loro ci hanno fotografato, hanno fotografato i nostri passaporti (foto da mandare alle nostre ambasciate in caso di morte) e ci hanno chiesto cosa facevamo lì e dove avremmo dormito. L’estrema serietà di questi personaggi in divisa – ognuno di loro si crede il capo dell’esercito – crolla miseramente ogni qualvolta sentono che sono italiano, mi chiedono di dove e non appena rispondo cominciano con i loro ”Milan? A.C. Milan! Baggio! Vieri! Maldini! Very good! Very good!”. Stranamente quando Mac rispondeva “London”, non riceveva invece alcun commento. Dopo esserci spiegati varie volte, aiutati da Reetah, la polizia ci ha proposto di dormire lì, col sorriso di chi offre ospitalità ad un cerbiatto sperduto, timoroso e indifeso. Senza batter ciglio e ancora pensierosi sulle nostre montagne, noi ci siamo accomodati, io sui miei due zaini a cielo aperto, il Mac nella sua tenda montata in cinque minuti nel cortile. Prima di andare a dormire ci siamo deliziati il palato con pesce in scatola su pane (rosa!) in cassetta, e il Mac mi ha ipnotizzato con i racconti dei posti che ha visitato, Tepui, Indonesia e Filippine in particolare. Il bello di quel ragazzo è che, come con i più appassionati di noi, puoi passare giornate intere a parlare solo di Nepenthes, anche nei momenti più assurdi. Reetah, dopo essere stata anche lei fotografata dai poliziotti, ci aveva promesso che la mattina dopo si sarebbe procurata una macchina, un autista e ci avrebbe accompagnato in cerca di quelle montagne che nessuno pareva conoscere. Alle sette eravamo già in piedi, complice lo scomodo giaciglio e il vociare della polizia. Dopo l'ottimo caffè è arrivata Reetah con macchina ed autista, e così abbiamo salutato i nostri ospiti.

Foto: una Nepenthes thai dalla forma rossa, nella provincia di Narathiwat


Siamo andati innanzitutto al villaggio di Weng, per cercare il capo dei ranger del Parco Nazionale di Hala Bala. Hala Bala si chiama così perché è formato da due corpi di foresta separati, Hala ad est e Bala ad ovest, per quanto la gente del posto sia molto confusa su quale sia Hala e quale sia Bala. Dalle indicazioni di Martin le tre montagne si trovavano in quella riserva, al confine con la Malesia. Quando abbiamo trovato il capo, Reetah gli ha spiegato cosa cercavamo. Per la prima volta ho visto un Thailandese maleducato e indisposto. Continuava a ripetere cose del tipo: “Dovete mostrarmi i documenti con la richiesta di chi vi manda, quale università, quali studi state facendo, il vostro passaporto, se io vengo nel vostro paese subito tutti  mi chiedono il passaporto, ora qui dovete farlo anche voi, che ne so io di chi siete”. Questo è quello che ci ha tradotto Reetah, ma quel tipo ha parlato per almeno venti minuti, ed il volto della povera ragazza ce la mostrava già prossima all'esaurimento. Le ho detto di lasciar perdere, che tanto era solo l'inizio, di ringraziare, sorridere con disinteresse ed andarcene, tanto era inutile insistere con quel tipo odioso. L'ho rassicurata sul fatto che non ci vuole nessun permesso o autorizzazione per fare quello che stiamo facendo, e quel tizio aveva evidentemente qualcosa contro di noi e si sentiva anche lui il capo di non so quale esercito. Siamo andati alla polizia di Weng, ci hanno chiesto il passaporto, ci hanno fotografato ma non ci hanno saputo aiutare. Ci hanno però lasciato un soldato armato di fucile che ci ha scortato al quartier generale dei rangers. Io avevo paura che ci riportassero dal loro odioso capo. Invece siamo stati accolti da rangers molto più amichevoli, che a loro volta ci hanno indicato quale strada prendere per arrivare ad una di quelle montagne, Khao Aidang. Dopo altre decine e decine di chilometri siamo arrivati nella zona giusta. Quasi nessuno conosceva Khao Aidang neanche nelle sue vicinanze. Alla fine ci siamo ritrovati in una viuzza tra montagne dove non ci si può sorprendere se si viene colpiti da una fucilata da parte di qualche ribelle, abbiamo chiesto ad un vecchietto che si muoveva a malapena, il quale con fatica ci ha indicato la montagna di fronte a lui, senza però avere idea di quale fosse la via per salirvi. Io e il Mac ci abbiamo provato comunque mentre i nostri amici ci aspettavano dal vecchio, abbiamo seguito una stradina in mezzo ad una piantagione di alberi della gomma e ci siamo addentrati nella foresta. Dopo solo un'ora ci siamo dovuti arrendere: non sapevamo dove stavamo andando, quello era oggettivamente una zona troppo grande e rischiavamo di perderci visto che il gps non funziona nella foresta troppo fitta, ma soprattutto rischiavamo di perdere solo tempo, perché le nostre care piante potevano anche crescere – come spesso succede – in dieci metri quadrati nascosti chissà dove. Ho proposto a Mac un piano b: sarei tornato a Bangkok per chiedere specifiche su chi aveva mandato a Martin quell'esemplare. Avevamo bisogno di quella persona per raggiungere il punto esatto, chiedere qua e là questa volta non poteva bastare. Siamo tornati da Reetah, la quale ci ha detto che nel frattempo dei militari l'avevano di nuovo riempita di domande e che dovevamo tutti andare al loro campo per chiarimenti. Così siamo andati pure da loro, siamo stati fotografati, ci hanno chiesto il passaporto, l'hanno fotografato, hanno voluto vedere cosa avevamo fotografato e hanno fatto ulteriormente esaurire la nostra guida riempiendola di domande per mezz'ora. Per fortuna non parlavano inglese e più che con “Dangerous area! Dangerous area!” non ci hanno tormentato. Reetah invece non ce la faceva più. “Ma è sempre così difficile per voi cercare queste piante?” ci ha chiesto. Anche peggio, anche molto peggio. Ma abbiamo la testa dura. Dopo aver pagato per macchina ed autista siamo tornati alla ridente cittadina di Sungai Kolok (più che ridente, piena di topi e prostitute) per offrire la cena a Reetah, e da lì abbiamo preso il bus per Hat Yai, a cinque ore da Narathiwat, dove finalmente fuori dall'area pericolosa più sicura che abbia mai visto e orgogliosi del nostro lavoro pulito (36 ore precise per andare e tornare dall'ennesima missione impossibile) ci siamo rifocillati al KFC.


Dopo alcune settimane sono andato al dipartimento della Forestale di Bangkok per parlare col signor Pooma, che lavora per Mrs. Kongkanda e che conosco da alcuni anni. Era stato lui ad accompagnare Martin nel suo viaggio in Thailandia sette anni prima e ci siamo sempre aiutati a vicenda aggiornandoci sulle ultime scoperte in fatto di Nepenthes thailandesi. Lui ha parlato col suo staff e un certo signor Pudja gli ha detto che sarei dovuto tornare a Sukirin e chiedere di un certo signor Sunthon, che era già stato avvertito e che sa tutto di quelle montagne e sicuramente mi avrebbe potuto aiutare. Per avere le spalle più coperte ho scritto a Martin per chiedergli il nome della persona che gli ha spedito l'esemplare, e con sorpresa mi è stato di nuovo fatto il nome di Pudja. Sono tornato nel profondo sud il giorno dopo, dopo due giorni passati dormendo e vivendo sugli autobus (il Mac era ormai già in Cambogia). Ho richiamato Reetah, la quale ha chiamato il signor Sunthon che, disponibilissimo, ci ha dato appuntamento alla sera dopo per i dettagli sulla spedizione. Che bella sorpresa quando il giorno dopo, ad aspettarci al tavolo di un ristorante di quarta categoria, abbiamo trovato proprio l'odioso capo dei rangers circondato da amici, piatti vuoti e bicchieri di whisky! Ha offerto un whisky anche a noi e col fare sommesso di un gattino ci ha ripetuto mille volte: “Certo che conosco quei posti! Certo che so dove sono quelle piante! Il mio staff torna da quelle parti dopodomani! Sai, noi raccogliamo piante per i giardini della regina! I miei ragazzi ti accompagneranno lì con piacere! Certo che conosco il Signor Pudja! E’ il mio capo!”. Perfetto, quindi da Martin, passando per Kongkanda e Pooma, per finire con Pudja avevo creato un passaggio d’ordine da un capo all’altro, in tutti i sensi. Sunthon era ora finalmente convinto che non fossi un semplice turista. Quella notte ho dormito da un amico di Reetah a Sukirin, la notte dopo al quartier generale dei ranger. Infine la mattina successiva siamo partiti, raccogliendo una dopo l’altra ben sette persone sul nostro pick-up, inclusa una guida del posto. Raggiunta la pendice delle montagne in questione abbiamo lasciato la macchina in una radura e abbiamo proseguito a piedi. Dopo tre ore e mezza di fango, giungla fitta e labirintica, bibite energetiche tipo Red Bull, arrampicate dietro arrampicate, e dopo che la guida si è persa un paio di volte, finalmente siamo arrivati sul cucuzzolo di dieci metri quadrati dove cresce la nuova specie. Si tratta di uno spunzone roccioso che sporge da un lato della montagna, coperto da un terriccio morbidissimo e molto simile a torba, dove le Nepenthes crescono esposte alla luce diretta facendosi spazio tra i bassi cespugli. Niente a che fare insomma con la vegetazione e l’ambiente delle tre ore precedenti. Ho raccolto semi in abbondanza, da spedire in giro per il mondo, ho fatto le tanto agognate foto e ho preso tre talee. Già mi sentivo un po’ in colpa per la mia violenza sulla natura, quando ho notato che gli altri ragazzi ne avevano strappate dal suolo almeno una decina, insieme ad orchidee e altre piante che probabilmente crescono solo in quell’ambiente così particolare. Hanno riempito quattro o cinque sacchi. Tutto di fronte ai miei occhi tristissimi ma impotenti. Mi avevano portato lì loro, raccolgono queste piante per il vivaio della regina, non era né la prima né l’ultima volta….che ci potevo fare? Insegnare lo spirito ecologico a qualcuno che vede il suo re come un Dio, che non parla una parola di inglese e che essendo stato circondato dalla giungla per tutta la sua vita non concepisce il fatto che anche quest’ultima possa piano piano sparire? Se non altro quella specie produce semi in quantità e cresce per lo meno su altre due montagne, che mi hanno detto essere molto più difficili da raggiungere. Tornare alla macchina è stato molto meno faticoso, soprattutto per me che ero così entusiasta del nostro successo, e durante la spericolata discesa mi sono addirittura lasciato dietro tutti tranne la guida.

Posso aggiungere che quella notte, passata di nuovo dai rangers, ho avuto gli incubi. Mi compariva davanti in continuazione il baratro che da ogni lato circondava quel ripido scoglio roccioso a picco sulla foresta cinquecento metri più in basso. Il giorno dopo ho svelato ai rangers il nome delle decine di Nepenthes che coltivavano nel loro giardino (tutte N. mirabilis, a parte un paio di N. ampullaria e gracilis) e sono stato riaccompagnato a Sungai Kolok, dove ho preso il bus per Hat Yai.


Foto:  Nepenthes thai nella provincia di Narathiwat

Ultimo aggiornamento (Martedì 09 Marzo 2010 10:57)